Prefazione al libro Berlinguer non era triste
Ho esaminato con cura le biografie di Enrico Berlinguer e partecipato a numerose commemorazioni e ho notato sempre la vita privata di lui, il periodo della sua formazione nella famiglia e nella Sassari di un tempo, è piuttosto trascurato, come assai poco chiarita è la sua azione politica negli ultimi drammatici anni della sua vita. Mi pare perciò che da nessuna di queste pur pregevoli biografie “balzi il personaggio” che Berlinguer è stato con quella vivezza che sarebbe dovuta alla sua incisiva personalità.
Ritengo che le scarse notizie sulla sua vita privata e quindi anche sulla sua formazione nella infanzia e nell’adolescenza siano prevalentemente dovute al fatto che, alla sua morte improvvisa, la famiglia, di fronte al lutto, fece sapere che non rilasciava interviste. Tutti i parenti, zie e cugini, si attennero per rispetto a questa stessa condotta e perciò, credo, le biografie che si scrissero ben presto e poi successivamente, hanno in comune la stessa caratteristica: mancano o sono molto scarse di notizie sulla vita di Enrico precedente al suo impegno politico, periodo che conosco direttamente perché fa parte della mia storia.
La famiglia Berlinguer era assai nota in città, aveva infatti particolari caratteristiche: era di origine spagnola, ma abitava a Sassari da secoli, apparteneva alla piccola nobiltà, forse a quella che da noi si chiama nobiltà dell’ulivo, che i sovrani elargivano a chi piantava grandi estensioni di ulivi. L’olio infatti, assieme al vino, è una delle prime risorse dell’isola.
Pur essendo nobili e frequentando anche le manifestazioni della nobiltà cittadina, i Berlinguer avevano due caratteristiche che li distinguevano nettamente dai nobili: lavoravano – erano militari, giudici, avvocati, erano colti e, infine, erano decisamente schierati con il popolo. Erano repubblicani e mazziniani, frequentavano gli artigiani, i contadini, i lavoratori a giornata e nonno Enrico, avvocato valente, teneva i suoi discorsi per le elezioni amministrative in “Sassari vecchia”, cioè nella parte della città abitata dal popolo minuto, e in sassarese, cioè nel dialetto della città, che “i signori” non parlavano e non sapevano di solito parlare, perché essi parlavano in italiano, nelle città, e anche in famiglia, nei paesi si parlava e si parla invece dialetto.
Nella famiglia Berlinguer anche le donne erano intellettuali e partecipavano alle ambizioni politiche degli uomini di casa, sia nelle generazioni passate sia nel presente.
Nonno Enrico con i suoi compagni d’università, tra cui c’era anche mio nonno, era grande ammiratore di Garibaldi e infatti si ricorda una gita o meglio forse un pellegrinaggio fatto a Caprera da lui e da altri giovani studenti, accolti calorosamente dall’eroe che aveva offerto loro un bicchiere di vino.
La famiglia di nonno Enrico era piuttosto numerosa, otto figli, ma fu funestata da due gravi lutti, un figlio si uccise a Cagliari non si sa per quale ragione, un altro perì nella Prima guerra mondiale. Il padre non resse a questo ripetuto dolore e morì prematuramente nel 1915, lasciando la famiglia in difficoltà economiche. Fu Mario, il padre di Enrico, avvocato giovanissimo, che riuscì a “sistemare”, se così si può dire, fratelli e sorelle. Aldo, suo fratello, lavorava con lui nello studio di avvocato che era al pianoterra della loro casa su piazza Fiume, le sorelle si sposarono tutte piuttosto bene, restò soltanto, in casa con la madre, donna Caterina, lo zio Ettorino, personaggio di grande cultura e grande stramberia, che non lavorava, ma leggeva, era al corrente di tutto, suonava la chitarra, era bravissimo a condurre la barca a vela ed era amatissimo da fratelli e nipoti.
Mario Berlinguer, dopo il periodo difficile seguito alla morte di suo padre, aveva saldamente preso in mano le redini dello studio e si era anche dedicato alla politica, come del resto sempre tutta la famiglia, era molto stimato così che nel 1924 era stato eletto deputato amendoliano.
Si era anche sposato con una giovane bella e di buona famiglia, Maria Loriga, figlia unica amatissima di nonno Loriga, professore di igiene e uno degli ideatori e organizzatori della medicina del lavoro. Dal matrimonio erano nati due maschi, Enrico e Giovanni: purtroppo Maria Loriga, colpita da una malattia rara e gravissima, morì lasciando i due figli poco più che bambini, Enrico e Giovanni, quest’ultimo divenne medico igienista come il nonno Loriga.
Scrivere una intera biografia di Berlinguer è un obiettivo che non mi pongo, non ritengo di avere le conoscenze necessarie per muovermi in modo approfondito nel campo della politica italiana e internazionale di quegli anni.
Ciò che mi ha portato, ancora una volta, a ricordare Enrico e a pensare di rendere su di lui la mia testimonianza, è il fatto che ho visto da poco in televisione una vecchia intervista nella quale Enrico, alla domanda su cosa avrebbe voluto che si dicesse di lui, rispondeva, col suo sorriso timido e furbo insieme, che non avrebbe voluto si dicesse di lui che era triste.
Non era triste infatti.
Ora poi ho a mia disposizione, pubblicata di recente da Aliberti, l’intervista che il leader sardo rilasciò a Eugenio Scalfari il 28 luglio 1981, nemmeno un mese prima che io lo incontrassi a Stintino e avessi con lui un lungo colloquio anche politico.
E poiché l’ho conosciuto da vicino, mi pare appunto arrivato il momento di fare la mia parte, per piccola che sia, e di raccontare quel poco che so di lui.
La nostra conoscenza era dovuta al fatto che appartenevamo a due famiglie della borghesia di Sassari, entrambe antifasciste, e che già i nostri nonni e poi i nostri padri si conoscevano, cosa normale in una città come la nostra. Ma la conoscenza divenne amicizia per il nostro idem sentire de republica, come i nostri padri e i nostri nonni, che erano stati fierissimi repubblicani e amici di Garibaldi, ma il fatto diverso e forse perciò da notare è che io, per quanto appartenente al genere femminile, ho avuto con Berlinguer un rapporto in cui, all’antica amicizia tra le famiglie, si è aggiunto il comune impegno politico e perciò ho avuto con lui un dialogo più aperto e più frequente di quanto di solito una “signora” abbia con un amico più grande di età, per quanto io ne abbia sempre parlato con tutti i miei amici.
Enrico, che mi conosceva da quando ero bambina, mi “riconobbe” poi come studiosa di storia e come persona che voleva realizzare i suoi stessi ideali politici, sociali e culturali, come dimostrano tre articoli, due scritti da me e uno scritto da lui nell’estate del 1981 e dei quali discutemmo insieme, e un altro apparso su «l’Unità» da me scritto nel 1982 in occasione del centenario della morte di Garibaldi dietro sollecitazione di Enrico.
Tuttavia il mio non vuole essere un saggio politico, ma solo la narrazione della nostra vita, di ciò che di lui mi rimane nella memoria e nel cuore.
Naturalmente sapevo bene, come docente di storia, quali erano i temi dell’attualità politica quando frequentavo di anno in anno Enrico, durante le vacanze estive a Stintino: si cercava una nuova strada dopo i drammatici giorni della cattura e della uccisione di Moro e quindi all’inizio degli anni Ottanta, quando i socialisti erano in marcia per arrivare al potere: sapevo quali erano i problemi maggiori della nostra politica interna e in particolare quello del rapporto tra socialisti e comunisti, che indico come la “questione dell’alternativa democratica"; poiché l’uccisione di Moro sembrava aver chiuso brutalmente la strada del compromesso storico e quindi il problema delle alleanze aveva reso urgente l’esigenza di un rinnovamento profondo della classe dirigente italiana; l’altro problema all’ordine del giorno era “la questione morale”.
Insegnavo allora Storia contemporanea nella facoltà di Lettere dell’Università di Sassari e cercavo di insegnare la storia non del solo genere maschile, come si era fatto sino ad allora, ma rintracciando con grande fatica anche la contemporanea “storia di genere”, che in Italia avevamo deciso, in agitate assemblee, di chiamare “storia delle donne”, dato che era già accaduto che i non addetti ai lavori non comprendessero cosa significava storia di genere, e qualcuno chiedeva: «Di che genere?» Durante il periodo del femminismo, attraverso le sue discussioni, i suoi testi, la lettura dei giornali femministi, le manifestazioni, le assemblee, che avevo seguito, per quanto mi era possibile, nella mia città, a Sassari, e a Roma, dove mi recavo appositamente, avevo compreso sino in fondo fino a che punto la donna, nel senso di genere femminile, fosse stata esclusa dalla storia, cioè dagli eventi storici, e quindi anche come sia poi stata e sia tuttora esclusa dalla narrazione della storia, cioè dalla storiografia.
Per tutta la vita avevo studiato la storia, materia da me prediletta, eppure solo allora riuscii veramente a intendere sino in fondo quale torto fosse stato fatto nei secoli al genere femminile, quale depauperamento, quale minorazione, o addirittura, secondo i Paesi, quale segregazione era stata commessa, quanto danno era stato fatto a tutto il genere umano, alla “metà del cielo”, a coloro che per natura sono le prime educatrici, e che lo restano poi per tutta la vita.
Presa coscienza di questa lacuna delle mie conoscenze e spinta da un sentimento di sdegno e da un desiderio di porre in atto la parità, o meglio le pari opportunità, come poi si è venuto dicendo all’inglese, avevo deciso, tempo prima, di andare, per quanto era possibile, presso varie università d’Europa, per vedere a che punto erano gli studi delle donne, o studi di genere, e mi ero dedicata alla storia delle donne, in Italia anzitutto, e poi in Francia, in Spagna e in Belgio. La cosa non era così semplice, come potrebbe sembrare, anzi era estremamente complessa nella mia condizione di madre di famiglia, e ci voleva una decisione salda, una buona conoscenza delle lingue e la disponibilità di non poco tempo e di non pochi mezzi economici: ho impiegato anni di buona volontà o meglio di testardaggine a procurarmi quanto era necessario, attraverso varie conoscenze mi sono fatta chiamare come visiting professor presso le università di Madrid, di Parigi e di Maastricht, poiché tenevo conto che i libri sul femminismo, che allora iniziavano a essere pubblicati, erano pochissimi e quelli stranieri, i più importanti, non venivano tradotti in Italia. Sono così riuscita a trascorrere brevi periodi di studio chiamata dalle università e mi sono specializzata – o meglio sarebbe dire autospecializzata – studiando il femminismo europeo sin dalle sue origini ottocentesche, negli studi femministi o women’s studies.
Avevo scritto, prima dell’estate del 1981, un articolo che era attinente alla mia materia di studio, e nell’agosto lo portai a Berlinguer. Il mio breve scritto, sebbene portasse in primo piano la questione femminile, era perfettamente attuale, per così dire: io infatti volevo soprattutto fargli conoscere l’opinione mia, cioè di una compagna e di una storica e, attraverso di me, più generalmente, quella del mondo femminile, che conoscevo bene.
Ritenevo infatti, e ritengo, che Berlinguer, rispetto al mondo femminile in particolare, avesse due caratteristiche che lo rendevano differente dagli altri, che mi propongo di dimostrarvi: la prima è che, isolato dal gruppo dei compagni dirigenti del partito che sempre lo circondava, cioè dalla struttura stessa del partito e dei suoi funzionari, tutti appartenenti al genere maschile, egli non aveva e non aveva avuto modo di documentarsi e di tenersi aggiornato sugli sviluppi del femminismo in Italia e in Europa, cosa del resto per niente facile.
La seconda è che, per quanto non incoraggiato dagli altri, ero convinta che egli si interessasse tuttavia vivamente alla “questione femminile” che, assieme ai movimenti studenteschi, era allora venuta all’ordine del giorno.
Mi tenevo infatti al corrente del dibattito politico all’interno del Partito comunista – più per interesse a Berlinguer che al partito cui apparteneva – e avevo notato quello che egli aveva detto nel marzo-aprile del 1979, al quindicesimo congresso del PCI svoltosi a Roma, quando aveva parlato del fatto nuovo della presa di coscienza della masse femminili non solo in Italia, ma anche in Europa e nel mondo; in Italia in particolare attribuiva la forza e la vastità del movimento femminista alla presenza di un forte movimento operaio.
«I movimenti delle donne – aveva notato – mettono in discussione non solo le strutture produttive, ma le forme della vita familiare e individuale, i rapporti tra le persone nella ricerca di nuovi valori e di un nuovo costume» e aggiungeva che attraverso le lotte delle donne si era giunti non solo alla richiesta di parità, ma a un nuovo diritto di famiglia, al divorzio, a una nuova legislazione sui casi di interruzione della gravidanza, a istituire i consultori. «Le donne hanno fatto diventare problemi politici e sociali fatti che una volta venivano affrontati nell’ambito personale». Tutto il brano dedicato alle donne e alla loro presa di coscienza rafforzava in me la convinzione del suo interesse particolare per la questione femminile, dovuta anche alla formazione familiare.
Una sensibilità personale che era stata intensificata sia, credo, dalla perdita precoce della madre, sia dalla formazione ricevuta nella sua famiglia di nascita, di cui conoscevo le origini e la storia, e nella quale, già alla fine dell’Ottocento, vi furono alcune antenate già portatrici di volontà di emancipazione e di riscatto. Una delle sue antenate, anzi, aveva scritto sul primo giornale femminile o femminil-femminista di cui io abbia conoscenza pubblicato nella mia città.
Il giorno del suo funerale, a Roma ho camminato sotto lo striscione di Sassari, ci applaudivano e ci gridavano: bravi! E le donne soprattutto piangevano. Non era, credo, da parte loro, da parte mia, solo un sentimento vivissimo di commozione di fronte a un compagno caduto nella lotta. Credo che per molte di noi si trattasse anche di una consapevolezza che è cresciuta con gli anni: Enrico Berlinguer aveva un profondo rispetto, una considerazione profonda per la donna, ed era lui stesso, nelle parole, negli atteggiamenti, nel suo fisico stesso, il contrario della prepotenza virile, e anche della “maschia baldanza” cara al fascismo.
Anche questo lo faceva diverso, e noi donne lo sentivamo, capivamo che egli era un alleato nella lotta, spesso dura, talvolta perdente, per la nostra emancipazione e liberazione, e anche per questo la sua morte è stata una sconfitta che abbiamo dovuto superare, che dobbiamo superare tutti i giorni.
Io non posso qui dimostrare ciò che dico con l’esame dei suoi scritti e della sua intera attività politica, il tempo deve passare ancora per darci modo di riflettere e di studiare la sua opera.
Ma qui voglio dire che l’impegno che lo ha mosso nel guidare il partito per la nostra liberazione deriva certo dalla tradizione comunista, da Engels a Gramsci, ma proviene anche da una tradizione sarda e familiare.
Nella civiltà pastorale sarda la donna ha infatti avuto un’autorità, se vogliamo, di supplenza al maschio assente, che tuttavia le ha conferito una dignità assai grande in ue est femina est domo, est civiltade dice un bel proverbio sardo. Berlinguer questo lo sapeva, lo sentiva fortemente, anche perché è restato sempre molto legato alla sua terra.
di Marina Addis Saba

