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Raccontare l'orrore, per non esserne complici

2025-12-20 16:17

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Con Ermanno Cavazzoni ha curato la "Piccola Antologia in lingua italiana", di Raffaelo Baldini (Quodiblet 2018). Ha scritto: "Silenzio in Emilia" (Feltrinelli 2004, Quodiblet 2018); "Cani dell'Inferno" (Feltrinelli 2004, Quodiblet 2018; e, assieme a Paolo Nori, "Baltica Nove" (Laterza 2008). Con Aliberti ha pubblicato "Opere complete di Learco Pignagnoli" (2006) e la prima edizione di "Un altro che non ero io" (2007). [slug] => daniele-benati ) [87606] => Array ( [author_name] => Francesco Aliberti [author_description] => Nato a Sassuolo, editore e giornalista, vive e lavora fra Novellara e Roma. Si è laureato in Italianistica con Ezio Raimondi con una tesi su Pasolini lettore di Longhi. Ha pubblicato con Roberto Villa Pasolini a scuola. È coautore con Vauro Senesi del libro Lo straccio rosso, prefazione di Luciano Canfora (2020). 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israele-, palestina, genocidio-, guerra, gaza, silenzio-,

Raccontare l'orrore, per non esserne complici

L’orrore si può raccontare in tanti modi.L’orrore si può scrivere, cantare, trasferire di generazione in generazione attraverso il lascito pesante del verbo.

Prefazione di Francesca Albanese al libro di Vauro Senesi, “Io sono colpevole”: un grido contro l’indifferenza e la disumanizzazione di fronte all’orrore di Gaza.

 

L’orrore si può raccontare in tanti modi. 

L’orrore si può scrivere, cantare, trasferire di generazione in generazione attraverso il lascito pesante del verbo. L’orrore trova la sua rappresentazione più organica nella tragedia e nel dramma, e la più violenta nel silenziamento e nel diniego. 

Questo libro ci dimostra pagina dopo pagina, tratteggio dopo tratteggio, schiaffo dopo schiaffo (perché sfogliare queste pagine è come farsi schiaffeggiare), come anche la satira e la vignetta siano custodi e chiavi per la comprensione dell’orrore. 

A oltre settecento giorni dall’inizio dell’assalto genocida che Israele ha lanciato contro Gaza nell’autunno del 2023, dopo quel giorno devastante che fu il 7 ottobre per Israele, per chi lo ama e pure chi lo critica, leggere le prime impressioni macchianti la coscienza come “sangue che gronda”, leggere di quando i morti erano “poche” migliaia, o anche i bambini uccisi erano “solo” diecimila, fa quasi venire nostalgia del tempo che fu. La distanza tra i primi mesi dell’assalto distruttivo di Gaza e oggi è la misura dell’indifferenza di troppi al dolore altrui, della nostra consolidata predisposizione al tollerare il male quando non ci tocca, della nostra miseria umana che alla fine ci schiaccia con questa sentenza: non abbiamo imparato niente o quasi dell’orrore che fu. 

Viviamo un momento complesso e lancinante, non solo per l’apocalisse che Israele ha creato a Gaza, e per la pulizia etnica che avanza inarrestabile in Cisgiordania e Gerusalemme est, ma per la presa di coscienza in tempo reale di tantissimi. In questo momento di dolorosa consapevolezza c’è la chiave di volta. Questo non è il primo genocidio commesso in bella vista. È però il primo genocidio di cui molti di noi hanno contezza e che molti di noi stanno attivamente combattendo. Questo movimento di opposizione al genocidio e all’apartheid, che diventa messa in discussione dei valori e ordinamenti che avrebbero dovuto prontamente prevenirlo, o almeno già fermarlo e punirlo, cresce e non sarà facile fermarlo. Non prima di aver impresso una drastica battuta d’arresto a questo genocidio e che si garantisca che questo sia l’ultimo genocidio, e l’ultimo crimine di Israele nei confronti dei palestinesi, per il bene dei palestinesi e degli israeliani. Per il bene di tutti noi. Perché se perdiamo anche questa scommessa con la storia dovremo affrontare un mondo molto più tetro di quello che oggi ci custodisce. Meno libero. Meno uguale. Meno umano. 

 

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